E preoccupante. Mi ritrovo al cinema, le luci spente. Un film idiota.
Allimprovviso parole come sale sulle ferite.
Mi sento sciocca e sto per piangere e so anche perché. So che qualcosa sta traboccando dal famoso vaso e presto dovrà uscire.
Io dovrò dirlo.
Non so come, né quando, né perché.
Somewhere deep inside
You must know I miss you
But what can I say?
Rules must be obeyed
I don't wanna talk
'Cause it makes me feel sad
Esco fuori da quella sala buia e la sensazione di disagio rimane tenacemente incollata alle mie palpebre, alle mie ciglia, nonostante io sia oramai diventata assai brava nel nasconderla.
Non è vero, sono straordinariamente incapace di nasconderla. Appena alzo gli occhi, eccola lì, che mi sorride beffarda. Qualche scemenza, rido e scherzo, un po di freddo. La sensazione di disagio si confonde e si mescola poi alla mia indole malinconica, come le note di fondo dei profumi, quelle che nessuno sente mai ma è giusto ci siano. E allora sì, forse sono davvero brava ad avvolgere tutto in una coltre scura.
Seduta dalla parte del passeggero, con musica per bambini che scorre incessantemente nella radio dellauto, cerco di ripristinare qualcuna delle mie poche funzioni mentali per ritrovare la strada verso casa. Immagino di non esser riuscita neppure in questo, se è vero che abbiamo girato per mezzora nel parcheggio dellEsp di Ravenna. Incredibile riuscire a perdersi nel parcheggio di un centro commerciale invece che imboccare la Romea.
Non. Ha. Senso.
Sbrocco.
A che cosa pensavo in quel buio simulato? A chi pensavo mentre lauto girava per lennesima volta intorno alla rotonda del parcheggio deserto?
E sufficientemente ovvio. Non è ovvio piuttosto chi non ha capito chi. Chi ha lasciato la fune, chi ha deciso che non si può fare.
Forse io.
No, io no di certo.
Tantè che in fin dei conti sono ancora qui a disperarmi per non si sa bene cosa.
Ogni istante mi pare un istante sprecato, non sprecato in sé, un istante che avrebbe potuto essere un buon istante, sarebbe potuto risultare costruttivo, o distruttivo, insomma in qualche modo determinante .e non lo è.
A volte capita. Le parole si incidono con prepotenza nei pensieri e tu non lo riesci a decidere che loro lì non devono starci, non riesci a dirgli andate via che il contratto daffitto è scaduto e questa è casa mia, non riesci a sbattergli la porta in faccia; e allora capita che fingi di sopportarle con le mani premute contro le orecchie mentre canti ad alta voce una qualunque canzone, per non sentirle urlare. Ma appena finisce la canzone, allagano tutto come un fiume in piena. Con una probabilità schiacciante, diciamo di 10 a 1, sarebbe più semplice ascoltare le parole, ordinarle. Decidere se tenerle con sé custodendole gelosamente o chiuderle in un cassetto a marcire. Non è una cosa che si può decidere da soli, con leggerezza, come si decide se comprare le mele fuji o le mele golden al supermercato.
Se la porta dallaltra parte è già chiusa, senza ulteriori esitazioni dovrei chiudere anche la mia. Se.
Si rivela necessario sapere. E non saprò fino a che non chiederò. E non chiederò fino a che non avrò le palle o una visione abbastanza chiara e nitida di cosa potrei perdere e di quello che vorrei. Ripasso con una precisione quasi matematica i punti che ho sbagliato e mi accorgo che li ho sbagliati quasi tutti. Completamente.
Carpe diem io non so nemmeno che significa.
La sola giustificazione che posso trovarmi è quella di non aver saputo, di non essermi accorta. Io non lo sapevo proprio di possedere gli occhi della felicità, in quel momento. Quello sguardo adesso non so più ritrovarlo; e non può essere perché ho cambiato mascara o perché sono cresciuta, può essere solo perché la mia felicità lho lasciata lì, ignara di quanto fosse speciale. Nessuno è riuscito a restituirmela.
Ora: è possibile che io stia sbagliando tutto, si sbaglia spesso nella vita, è normale, eppure ancora non sto sbagliando abbastanza. Se lo sbaglio deve essere compiuto allora tanto vale buttarci entrambi i piedi dentro, affogarci, sentirsi la melma fino alle ginocchia, lacqua alla gola, in pratica tanto vale esser nella cacca fino in fondo.
Ora: è possibile che io stia sbagliando tutto ancora, si sbaglia ogni tanto nella vita. Per questo ritengo di dovermi per forza di cose sentire ridicola fino al midollo, ridere fragorosamente della mia stupidità ed aver paura di confessarla; ma almeno -giunta alla sommità di questa storia- potrò smetterla di tormentarmi e torturarmi che le sensazioni sono sempre sensazioni ed io non posso che accoglierle ed accettarle e voler loro bene.
Vuoi che dica cosa ho capito? Ho capito che nessuno di noi ha capito. È da pazzi, genuinamente e meravigliosamente da pazzi, stare ancora qui a crucciarsi su ciò che non esiste. Sono pazza e ho fiducia nellirrealizzabile; sono pazza e la mia giovinezza mi permette di credere ancora nella speranza e nella vita e nellamore e nelle cose vere e nella pace nel mondo, e sicuramente sì, questo è ciò che ci rende diversi. Potremmo definirla ingenuità. Potremmo scuotere la testa in segno di disapprovazione oppure potremmo notare lincanto di tutto ciò. Sono pazza e mi dico che le differenze non dividono per forza, e se dividono beh, cè sempre qualcosa che unisce. Sono pazza e la mia pazzia sta tutta nel cercare i punti di contatto, mai di separazione. Sono pazza ma proprio per questo posso essere la primavera che fiorisce tutto lanno.
Tutto nella mia testa è come un martello pneumatico che non cesserà il suo lavoro fino a quando io non avrò eliminato quei sassi dalla gola. E così.
Ho imparato una cosa importante: la sconfitta non è mai dolorosa quanto il rimpianto. Anche io a questo punto dovrei averlo afferrato.
Ci provo.
Egli le baciò la mano e le diede del voi. Ma i loro occhi, incontrandosi, si diedero del tu e si baciarono teneramente.
Ella, col suo sguardo, gli chiedeva perdono di aver osato ricordargli la sua promessa e lo ringraziava per il suo amore.
Egli, col suo sguardo, la ringraziava per la libertà offertagli e diceva che, in un modo o nell'altro, non avrebbe mai cessato di amarla, perchè era impossibile non amarla. Come tutte le persone cresciute in società, egli amava incontrare qualcuno che non avesse su di sé la solita impronta mondana. E così era lei con la sua meraviglia, la sua allegria, la sua timidezza e anche i suoi errori. Egli le si rivolgeva e le parlava in modo particolarmente tenero e riguardoso, ammirava il giocondo splendore dei suoi occhi e del suo sorriso, che non aveva rapporto coi discorsi che si facevano, ma con la sua gioia interiore.
(Lho scritto tempo fa. Ma credo sia arrivato solo ora il suo momento. Perché? Perché non ci ho provato e mi sono arresa. Tra il dire e il fare...)










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Anyone can hold a camera but not everyone can be an artist.
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My day was Good, You can get off the Night
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